Lettere degli Ammiratori

 

Le emozioni del grande
 Giuseppe Di Stefano

di Paolo Arreghini

Io non amo i tenori. Per me l’Opera è Affaire de Femmes, in cui l’uomo fa sempre una figura barbina. Rispetto i Bassi, tollero i Baritoni, ma i tenori proprio non li sopporto. Non trovo ammissibile che una recita di “Lucia di Lammermoor” debba essere penalizzata da un’ulteriore scena di coda in cui il tenore canta quella lagna, per me insopportabile, che è “Tombe degli Avi miei”.

L’Opera è donna e l’uomo è un contorno non sempre ben riuscito, con buona pace di quei tenori che non riuscivano ad accettare che la protagonista di “Lucia” fosse Lucia e quella della “Borgia” fosse la Borgia.

Con tutto questo ho sempre provato forti emozioni per la voce tellurica di Mario Del Monaco, per il fascino di Corelli o per l’eleganza di Bergonzi.

Ma per Giuseppe di Stefano provo qualche cosa di diverso. Appena sento il suo timbro mi sciolgo. Non so cosa farci, é più forte di me. Celletti odiava notoriamente Di Stefano e non perdeva occasioni per dirne peste e corna. In un lungo articolo degli anni ’80 imprecò sul fatto che Di Stefano, scempio di tecnica vocale, fosse considerato tutt’uno con la Callas, tecnicista di rango.

Premetto che la Callas era un Artista talmente interessante che andava bene con qualunque partner cantasse. Non è questione di tecnica.

Di Stefano della tecnica se ne fregava (almeno negli anni d'oro), perchè gli era stata donata dalla natura, al pari degli occhi vivacissimi, dei capelli nerissimi ed alla simpatia contagiante. Ha sempre cantato usando due ingredienti di base: il cuore e l’anima. Mi faceva sempre venire in mente la frase di Suzel: “Canto così, come mi vien dal cuore”.

Anche la Callas cantava col cuore e con l’anima, tuttavia aveva anche una tecnica invidiabile che l’allontanava idealmente dal Partner Siciliano. Insieme invece fecero faville.

Comunque la voce Di Stefano era bellissima, torrida, vibrante, sexy. L’interpretazione fantasiosa, accattivante, l’interpretazione della parola un culto. Ascoltare un’opera con Di Stefano significa essere corteggiati e sedotti.

Impareggiabili furono i suoi ruoli extra: Don José, Radamés (unico e irripetibile) ma soprattutto il Cavaradossi della “Tosca” Decca con Leontyne Price, dove alla frase “Floria - Amore - Sei TU?” abbiamo la più bella nota mai incisa da una voce maschile.

Dato mille volte per vinto, risorto, sconfitto peggio di Napoleone nel “5 maggio”, è sempre uscito a testa alta davanti ad ogni avversità protraendo la sua carriera fino a tutti gli anni ’80. L’ultima volta che lo ascoltai dal vivo, per miracolo del Cielo, era clamorosamente intatto e mi regalò una delle serate più entusiasmanti della mia vita di melomane.

Questa può essere considerata una lettera d’amore. Qualcuno ci riderà sopra, altri saranno d’accordo, altri sguaineranno il fioretto.

Dire che non me ne può fregare di meno è soltanto un eufemismo.
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